ESISTONO ANALOGIE TRA LA MITOLOGIA POLINESIANA E LA GENESI BIBLICA?

Ellis studiando gli abitanti di Tahiti trovò una leggenda della creazione simile a quella ebraica e la riportò nelle sue “ricerche polinesiane”. Eccola: “Dopo aver creato il mondo Taarao creò l’uomo dall’arsea, la terra rossa, che fu anche il cibo dell’uomo fino a quando non fu creato il pane. Taarao un giorno chiamò l’uomo per nome. Quando egli arrivò lo fece cadere addormentato e mentre dormiva gli prese un osso, e con esso fece la donna che poi diede all’uomo come moglie, ed essi divennero i progenitori dell’umanità. Il nome della donna era IVI, che significa “osso”.. (brano tratto da "Il libro che la tua Chiesa non ti farebbe mai leggere).

Qui la fonte è riportata, seppur vagamente (Leedom e Murdy si limitano a citare un certo Ellis e l’opera “Ricerche Polinesiane”). Il libro in questione, in realtà, si intitola “Polynesian researches, during a residence of nearly six years in the south sea island, Volume 2”  e fu pubblicato, per la prima volta, nel 1829. L’autore, William Ellis, fu un missionario protestante di origine inglese. Spiace dirlo ma Leedom e Murdy, dal libro di Ellis, hanno estrapolato solo quello che ha fatto loro più comodo, censurando, ad esempio, la restante parte nella quale proprio Ellis scrisse di non aver creduto alla veridicità di quel racconto poiché i polinesiani avevano, probabilmente, già appreso di Adamo ed Eva dagli europei. Per correttezza riporto il brano completo:

A very generally received Tahitian tradition is that the first human pair were made by Taaroa, the principal deity formerly acknowledged by the nation. On more than one occasion I have listened to the details of the people respecting his work of creation. They say that, after Taaroa had formed the world, he created man out of araea, red earth, which was also the food of man until bread first was made. In connection with this some relate that Taaroa one day called for the man by name. When he came, he caused him to fall asleep, and, while he slept, he took out one of his ivi, or bones, and with it made a woman, whom he gave to the man as his wife, and they became the progenitors of mankind. This always appeared to me a mere recital of the Mosaic account of creation, which they had heard from some European, and I never placed any reliance on it, although they have repeatedly told me it was a tradition among them before any foreigners arrived. Some have also stated that the woman’s name was Ivi, which would be by them pronounced as if written Eve. Ivi is an aboriginal word, and not only signifies a bone, but also a widow, and a victim slain in war. Notwithstanding the assertion of the natives, I am disposed to think that Ivi, or Eve, is the only aboriginal part of the story, as far as it respects the mother of the human race. Should more careful and minute inquiry confirm the truth of this declaration, and prove that their account was in existence among them prior to their intercourse with Europeans, it will be the most remarkable and valuable oral tradition of the origin of the human race yet known.

Questo è il link dell’intero libro. La parte sopra riportata è a pagina 38. Faccio notare trattasi di una scannerizzazione completa della versione originale e non di un tran script:

https://books.google.it/books?id..

Ma veniamo adesso alla traduzione del brano per capire cosa scrisse davvero Ellis:
Una tradizione tahitiana piuttosto diffusa sostiene che la prima coppia di umani fu creata da Taaroa: la principale divinità della nazione. In più di un’occasione ho ascoltato nei dettagli la storia della creazione dei vari popoli. Si narra che, dopo che Taaroa ebbe creato il mondo, egli creò l'uomo dall’araea, la terra rossa, che fu anche cibo dell'uomo fino a quando non fu creato il pane. Con riferimento a ciò, alcuni sostengono che Taaroa, un giorno, chiamò l'uomo per nome. Quando egli arrivò, lo fece cadere addormentato, e, mentre lui dormiva, tirò fuori uno dei suoi ivi, le ossa, e con esso fece una donna che diede all'uomo in moglie ed essi divennero i progenitori del genere umano. L’ho sempre considerata una sorta di loro riproposizione del racconto mosaico della creazione, avendone loro già sentito parlare da qualche europeo; dunque non ho mai riposto alcun affidamento su tale storia; anche se, più volte, mi hanno detto fosse una loro tradizione risalente a prima dell’arrivo degli stranieri. Alcuni hanno affermato anche che il nome della donna era Ivi, da loro pronunciato come se scritto Eve. Ivi è una parola aborigena, e significa non solo “osso”, ma anche “vedova”, oppure “vittima uccisa in guerra”. Nonostante quanto affermato dai nativi, sono disposto a credere che la questione relativa al nome Ivi, o Eve, sia l'unica parte aborigena della storia, per quanto rispettosa della madre della razza umana. Qualora, invece, da un più attento e lungo esame fosse confermata la veridicità delle loro affermazioni, e dimostrato che tale storia esistesse prima di iniziare ad averi rapporti con gli europei, sarebbe essa la più autorevole e preziosa tradizione orale, circa l’origine della razza umana, tra quelle ancora note ai giorni nostri.

Facciamo, adesso, alcune considerazioni partendo dal fatto che Ellis non credé all’originalità del racconto di quegl’indigeni. Innanzitutto faccio notare nuovamente la grave omissione di Leedom e Murdy. Poi è interessante osservare la somiglianza fonetica tra Ivi e la pronuncia inglese di Eva. Tale nome, infatti, in inglese, si scrive “Eve” e si pronuncia “Iv”. Ellis racconta, fra l’altro, che “Ivi”, in tahitiano, aveva svariati significati. Una possibile spiegazione potrebbe essere la seguente. Quando Ellis arrivò per la prima volta in Polinesia, nel 1816, gli europei, a cominciare dagli inglesi, erano lì presenti da circa mezzo secolo. Leggo, su Wikipedia, una frase molto interessante circa la colonizzazione di Tahiti: “La natura rilassata e contenta del popolo e la caratterizzazione dell'isola come un paradiso ha impressionato i primi europei, piantando il seme della romanticizzazione da parte del mondo occidentale, che dura fino ad oggi”. A Tahiti è legata, poi, la storia di uno dei più celebri ammutinamenti di sempre: quello del Bounty, avvenuto nel 1789 (la cui storia ispirò, anni fa, un famoso film con Marlon Brando tra i protagonisti). I colonizzatori europei portarono con loro, dal principio, il Cristianesimo; evangelizzare quei popoli era considerato un dovere. Gli abitanti di Tahiti non conoscevano la scrittura ma tramandavano le loro tradizioni oralmente. Inoltre, proprio come si vede nel suddetto film, molti europei si legarono sentimentalmente ai tahitiani. E’ possibile allora che un’antica tradizione autoctona relativa alla creazione dell’uomo (plasmato, secondo essa, dalla terra) si fuse al racconto di Adamo ed Eva narrato poi dai coloni europei. La somiglianza fonetica tra il nome inglese “Eve” (Iv) e il termine tahitiano “Ivi” contribuì alla diffusione del mito. Faccio notare che la Bibbia non è stata scritta in inglese e che la pronuncia semitica dell’Eva biblica è diversa. Detto ciò, considerando sia la mancanza (a Tahiti e in tutta la Polinesia) di testi scritti, sia la bassa aspettativa di vita di quel tempo, non sorprende che certi indigeni, già al tempo di Ellis, si fossero ormai auto convinti che l’intera storia risalisse a prima della colonizzazione. 

Nell’eventualità, invece, che tale storia preesistesse davvero all’arrivo degli europei, andrebbe condivisa l’ultima considerazione fatta dal missionario inglese e cioè che quella andrebbe considerata (a quel punto) come la più autorevole e preziosa tradizione orale, tramandata fino all’epoca moderna, relativa ad Adamo ed Eva. Le somiglianze tra le due storie, compreso il discorso del nome e dell’osso, sono tali che non è possibile pensare che le due tradizioni si siano sviluppate autonomamente per pura coincidenza (non dimentichiamo che, per la Bibbia, tutti i popoli della Terra derivano dagli stessi comuni progenitori). Ecco che, in ogni caso, Ebraismo e Cristianesimo non ne escono smentiti.

Va fatta, poi, un’ultima ma non meno importante riflessione. La storia secondo la quale Dio avrebbe plasmato Eva da una costola è frutto, probabilmente, di un’errata traduzione del testo ebraico della Genesi, il che avvalora i dubbi di Ellis circa il fatto che i polinesiani avessero appreso tale storia dagl'europei.

Ma Dio utilizzò o no una costola di Adamo per creare Eva? Il fatto è che ciò non sta scritto da alcuna parte. Non lo dice la Bibbia? No. Lo dicono le traduzioni. La Scrittura dice che Dio יִּקַּח אַחַת מִצַּלְעֹתָיו (yqàkh achàt mitzaleòtav ), “prese una da tzelà (צלע) di lui” (Gn 2:21). Si tratta ora di capire cosa sia questa tzelà (צלע). La seconda volta che il nome tzelà (צלע) compare nella Bibbia è al versetto successivo (Gn 2:22): וַיִּבֶן יְהוָה אֱלֹהִים ׀ אֶת־הַצֵּלָע אֲשֶׁר־לָקַח מִנ־הָאָדָם לְאִשָּׁה (vayvèn yhvh elohìm et-hatzelà ashèr-laqàkh min-haadàm leishàh), “e costruì Yhvh Dio la tzelà che prese dall’uomo come donna”. Ci domandiamo ancora cosa sia questa tzelà (צלע). La terza volta questa parola compare in Es 25:12: “Fonderai per essa [l’arca del patto] quattro anelli d’oro, che metterai ai suoi quattro piedi: due anelli da un lato [צַלְעֹו (tzalòt); plurale di צלע (tzelà)] e due anelli dall’altro lato [צַלְעֹו (tzalòt); plurale di צלע (tzelà)]”. Qui, come si nota, il senso di “costola” è impossibile; il traduttore opta per “lato”. Così anche al successivo v. 14. Lo stesso significato si ha in Es 26:20: “Farai venti assi per il secondo lato [צלע (tzelà)] del tabernacolo, dal lato nord”. Però, qui si ha una cosa curiosa nella traduzione: la parola “lato” compare due volte, ma solo la prima traduce צלע (tzelà); ciò che è reso “dal lato nord” è nel testo לִפְאַת צָפֹון (lifàt tzafòn), “per tratto di nord”. Ora, in Es 26:35 si ha, stando alla traduzione: “Il candelabro di fronte alla tavola dal lato [צלע (tzelà)] meridionale del tabernacolo; metterai la tavola dal lato [צלע (tzelà)] di settentrione”. Esaminando bene le dislocazioni di queste componenti del Tabernacolo, si nota che la parola צלע (tzelà) non significa propriamente “lato”, ma “metà”; per cui si ha: “Il candelabro di fronte alla tavola nella metà [צלע (tzelà)] meridionale del tabernacolo; metterai la tavola nella metà [צלע (tzelà)] di settentrione”. Rivediamo i passi sostituendo alla traduzione “lato” la parola “metà”: “Due anelli sulle metà [צַלְעֹו (tzalòt); plurale di צלע (tzelà)] la prima e due anelli sulle metà [צַלְעֹו (tzalòt); plurale di צלע (tzelà)] la seconda” (Es 25:12); questa è una traduzione letterale; vi si parla dei quattro anelli da collocare ai quattro piedi dell’arca; la traduzione rispetta il plurale del testo biblico, che traducendo con “lato” scompare. “Farai venti assi per la seconda metà [צלע (tzelà)] del tabernacolo, dal lato nord” (Es 26:20); qui non c’è incongruenza nella traduzione: “dal lato nord” rimane come “lato”. “Il candelabro di fronte alla tavola nella metà [צלע (tzelà)] meridionale del tabernacolo; metterai la tavola nella metà [צלע (tzelà)] settentrionale”; qui si tratta del locale chiamato Santo: non si tratta di “lato” nord e sud, ma di “metà meridionale” e di “metà settentrionale”. In 1Re 6:15 si legge: “Ne rivestì le pareti interne di tavole di cedro . . . e coprì il pavimento della casa con tavole di cipresso”. Qui la parola “tavole”, scelta dal traduttore, è nel testo ebraico צַלְעֹו (tzalòt), che come abbiamo visto è il plurale di צלע (tzelà). Il Dizionario di ebraico e aramaico (Società biblica britannica e forestiera) annota circa questo passo: “Senso inc.[erto]” (pag. 353); il che significa che “tavole” è traduzione non sicura. Ora, se applichiamo il senso di “metà” alla parola צלע (tzelà) – proprio come fatto sinora -, si comprende come le pareti e il pavimento del Tempio fossero ricoperte da tronchi di cedri e cipressi tagliati a metà. Appurato che צלע (tzelà) significa “metà”, occorre rileggere Gn 2:21,22 così: “Dio il Signore fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che si addormentò; prese metà di lui, e richiuse la carne al posto d’essa. Dio il Signore, con la metà che aveva tolta all’uomo, formò una donna e la condusse all’uomo”. Va da sé che il racconto non va letto letteralmente. Dio aveva creato l’uomo “dalla polvere della terra” (Gn 2:7) e non aveva bisogno di effettuare un’improbabile operazione chirurgica per creare la donna. Addentrarsi in questa ipotesi porta solo ad assurdità, come quella di dover spiegare che ne sarebbe stato della metà dell’essere umano rimasto (come, del resto, doversi domandare come mai ci sarebbe stato un essere umano mutilato di una costola). Il racconto della creazione della donna contiene invece un grande insegnamento. Creando la donna, Dio non la fece separata e distinta dall’uomo formandola dalla polvere della terra, come aveva fatto con Adamo. Dicendo che la fece prendendo la metà (צלע, tzelà) di Adamo, s’intende insegnare che la donna era davvero “come una che gli sta di fronte” (כְּנֶגְדֹּו, kenegdò – Gn 2:18) ed era, nel contempo, ‘ossa delle sue ossa e carne della sua carne’ (Gn 2:23). Non era sottomessa al maschio; essendo della stessa natura, ne era “metà”. Ancora oggi si usa parlare della propria moglie come della propria metà. Ciò è conforme non solo al secondo racconto della creazione che abbiamo appena esaminato, ma è conforme anche al primo racconto della creazione: “Dio creò l’uomo [= l’essere umano] a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina”. – Gn 1:27. (BRANO TRATTO DA BIBLISTA.IT)