LA STORIA DEL DILUVIO UNIVERSALE E' DI ORIGINE SUMERICA?

Il mito del Diluvio Universale non è ebraico ma di origine sumerica. Anche per i sumeri, la causa del Diluvio viene fatta risalire a una scelta divina come si evince sia dal Poema di Enki e Ninḫursaĝa, risalente agli inizi del secondo millennio, sia dalla cosiddetta Epopea di Gilgamesh (OBIEZIONE DI UN NON CREDENTE).

Se il Diluvio avvenne davvero (indipendentemente dal fatto se sia stato universale o locale), non si capisce perché accusare la Bibbia di aver copiato da miti preesistenti. Basterebbe, allora, già solo questo a rendere inutile la menzione al Poema di Atraḫasis o all'Epopea di Gilgamesh e il discorso, a tal punto, lo si potrebbe già chiudere qui. L’argomento, però, merita si essere trattato più dettagliatamente.

Molti citano Atraḫasis, e ancor più il l’Epopea di Gilgamesh, convinti che gli ebrei abbiano copiato pari, pari, da miti sumerici e/o babilonesi preesistenti. Indubbiamente le copie scritte dei suddetti sono più antiche dei più vecchi manoscritti biblici in nostro possesso. Ciò non significa, però, che gli ebrei abbiano davvero scopiazzato da altri. Essendo probabile che il diluvio ci sia realmente stato (universale o locale), i vari popoli, anziché influenzarsi a vicenda, potrebbero aver tramandato autonomamente il ricordo di tale catastrofe. Le grosse differenze esistenti tra un racconto e l’altro sembrerebbero dimostrarlo. I laicisti, purtroppo, come già dicevo in precedenza, hanno il cattivo vizio di mettere in risalto le sole poche analogie con la Bibbia, tralasciando, invece, le tante e più corpose differenze.

Secondo il mito sumero gli dèi minori, chiamati Igigi, mal sopportavano l'enorme carico di lavoro che era stato imposto loro dai progenitori (gli dèi Anunnaki), così diedero il via a una rivolta (oggi sarebbe, forse, più corretto parlare di sciopero). Gli Anunnaki, a quel punto, decisero di creare un sostituto che potesse lavorare sulla Terra al posto degli Igigi, una creatura "che potesse portare il giogo degli dei" e che garantisse al loro sostentamento lavorando sulla Terra. Fu così che fu creato l’uomo. Dal mito di "Enki e Ninmah" si apprende, però, che tale creazione non fu per nulla un’operazione semplice. Ogni qual volta veniva creato un uomo questo mostrava così tanti difetti da non risultare in grado di svolgere le mansioni per cui era stato pensato. Si procedette per gradi e solo dopo svariati tentativi (quasi uno più fallimentare dell’altro) si arrivò a un risultato accettabile. Le differenze col testo della Genesi, inutile sottolinearlo, sono abissali (ma è solo l’inizio, vi invito a leggere il resto anche perché, sotto certi aspetti, è pure divertente, o meglio, ha qualcosa di tragicomico).  

Quando finalmente gli uomini iniziarono a fare quello per cui erano stati creati, cioè lavorare la terra, gli dei sembravano finalmente appagati. Tuttavia, a poco più di mille anni dalla loro creazione, gli esseri umani si erano moltiplicati così tanto che, per gli dei (evidentemente per nulla onniscienti, oltre che non onnipotenti visto che nel creare l’uomo avevano fallito più volte), venne a presentarsi un nuovo “problema”. Tutti quegl’uomini, messi assieme, erano diventati piuttosto “rumorosi” e ciò infastidiva non poco le divinità (una in particolar modo, quella dell’aria che, a quanto pare, faticava a prendere sonno). Notiamo allora con vivida sorpresa che, già all’epoca, c’era il problema "dell’inquinamento acustico". Per risolvere la questione fu deciso di decimare gli esseri umani attraverso una terribile epidemia. C’era però un dio buono, il cui nome era Enki, talvolta chiamato Ea, che essendo diventato amico degli uomini, suggerì ad Atraḫasis di smettere di sacrificare agli dei finché l’epidemia non fosse cessata. Fu allora che Enlil, il dio dell’aria, cioè quello che a causa del baccano degl’uomini non riusciva a prendere sonno, fallito il primo tentativo, inviò un nuovo flagello: la siccità. Tuttavia, grazie al provvidenziale aiuto del solito Enki, i piani dell’insonne Enlil andarono nuovamente in fumo. Fu allora presa una decisione drastica: mandare un diluvio per sterminare tutto il genere umano (nessuno escluso). Temendo un altro “sgambetto” del dio Enki, Enlil fece giurare a tutti gli dei di non parlarne con gli umani. Enki, però, non approvando il diluvio, decise di spifferare il tutto. Avendo però giurato, doveva trovare il modo di “vuotare il sacco” senza contravvenire al giuramento. Essendo un dio, il lampo di genio non tardò ad arrivare. Andò da Atraḫasis e, dal lato opposto di una parete, iniziò a parlare da solo spifferando le intenzioni degli dei circa il diluvio nonché rivelando come fare a scampare il pericolo (cioè costruendo una grande barca). Tecnicamente Enki non aveva contraddetto il giuramento fatto (parlare con sé stessi a voce alta, infatti, non è la stessa cosa che parlare direttamente a qualcun altro; se poi questo qualche altro sente perché ha origliato, poco importa). Disse anche che, poco prima del diluvio, avrebbe fatto piovere focacce la mattina e grano la sera quale segnale convenuto che la catastrofe stesse per abbattersi sulla Terra. Atraḫasis, trovandosi dall’altra parte della parete, sentì tutto. Avvisò amici e parenti e in soli sette giorni costruirono una grande nave nella quale trovarono riparo. Nel poema di Gilgamesh, Atraḫasis è chiamato Utanapištim ma, per il resto, il racconto è sostanzialmente quello. La barca del Noè sumero/babilonese (a differenza dell’arca biblica) aveva tutti i lati uguali (in pratica era un cubo). Quando venne il diluvio, durò 7 giorni travolgendo tutto. Il diluvio fu così catastrofico che finanche le stesse divinità che l’avevano causato si misero paura:

Gli dei erano pieni di spavento davanti al diluvio, essi fuggirono e si rifugiarono sulla montagna celeste di Anu; gli dei si accovacciarono come cani contro le mura, e ristettero immobili (dal Poema di Gilgamesh).

Trascorsi i (pochi) giorni del diluvio tutto tornò presto alla normalità. Calato il livello delle acque, Atraḫasis o Utanapištim, come dir si voglia, uscì dalla barca e offrì un sacrificio agli dei. Questi, avendo fiutato l’odorino della carne arrostita, si fiondarono su di essa “come mosche” per consumarla. Nel Poema di Gilgamesh è scritto appunto: "Fiutarono il buon odore e si radunarono come mosche sul sacrificio". Ebbe inizio, a quel punto, un penoso litigio (tra divinità) su come spartirsi quella carne. Naturalmente arrivò anche Enlil il quale, vedendo che il suo piano per sterminare gli uomini era fallito, andò su tutte le furie con Enki/Ea. Questi replicò rimproverandolo per aver voluto distruggere l'umanità solo a motivo dei suoi capricci dicendogli, anche, che avrebbe dovuto punire i soli malvagi anziché sterminare tutti indistintamente; dopodiché prese Utanapištim e la moglie per sottrarli alla vendetta del perfido dio dell'aria e li benedisse. Enlil, compreso l’errore, non solo rinunciò al proposito di sterminare il genere umano ma donò l’immortalità a Utanapištim.

Le differenze con la Bibbia sono così tante e grandi che neppure dovrebbe essere necessario evidenziarle. Eppure tante persone continuano a dire che la Bibbia abbia copiato dai sumeri e/o dai babilonesi. Riporto ciò che, a riguardo, ha scritto il professor Franco Maria Boschetto:

A questo punto, é necessario sottolineare il fatto che solo lo schema generale del racconto mesopotamico coincide praticamente con quello tramandatoci dalla Bibbia; se scendiamo nei particolari, notiamo più differenze che somiglianze. Anzitutto, Noé porta nell'arca solo i più stretti congiunti, preoccupandosi però di salvare tutti gli animali terrestri; invece, Ut-Napyshti si preoccupa di salvare più che altro le sue proprietà. Quando parla di "genti da lavoro", si riferisce ai propri servi, e gli unici animali salvati sono quelli che egli possiede. Egli non si preoccupa affatto di preservare le specie viventi, quasi che gli dei abbiano organizzato un "diluvio intelligente", in grado di sterminare solo gli esseri umani. Diversa é la durata del diluvio: solo sette dì e sette notti, anziché 40 (non dimentichiamo che sette é un numero molto caro alla simbologia orientale). Diversa é l'entità del diluvio: i monti non appaiono completamente sommersi. Diverso é persino lo stile della narrazione: chiunque di voi può constatare quanto più avventuroso e ricco di immagini colorite risulti questo racconto rispetto ai magri versetti biblici, con "gli uomini trasformati in fango", le acque paragonate ad "eserciti", e gli immortali paragonati addirittura a "cani"! La descrizione é così realistica da assomigliare a quella di un testimone oculare!

Ma, soprattutto, diverso é il fine teologico della narrazione. Infatti, secondo gli autori della Genesi (sia lo Jahvista, che il Sacerdotale, che il Redattore ultimo) il diluvio é un castigo inviato da Dio contro l'umanità, che si é radicalmente allontanata dal Suo progetto di amore. Contemporaneamente, nella Bibbia c'é l'affermazione della totale onnipotenza del Signore, al cui comando le acque vanno e vengono a piacimento, e della sua sconfinata misericordia, che si traduce nella grande Alleanza simboleggiata dall'arcobaleno, così come l'alleanza con Abramo troverà la sua espressione concreta nella circoncisione, e quella con Mosé nell'osservanza della Legge. Dio é insomma un padre severo ma buono, che castiga duramente coloro che lo hanno deluso depravandosi sempre più (si pensi al bestiale grido di guerra di Lamec il Cainita in Gen 4,24, vero "manifesto" dei nemici di Dio!), ma ha a cuore il destino dei pochi giusti e degli animali, incolpevoli perché privi di ragione, al punto di "pentirsi di essersi pentito" della propria opera creatrice, e di assicurare che il tempo sulla terra non si interromperà mai più.

Totalmente differente é la prospettiva dell'ignoto autore dell' epopea di Gilgamesh. Gli dei distruggono l'umanità solo per un capriccio, ed anzi é uno solo di essi che aizza tutti gli altri contro l'uomo, costringendo un altro nume ad una difficile manovra per salvare il proprio protetto. Ut-Napyshti poi é salvato non perché é più giusto degli altri, ma solo perché sta simpatico ad un dio benevolo, che rischia grosso per lui. Durante il diluvio egli é abbandonato a sé stesso, poiché Ea non può fare più nulla per lui, mentre durante il diluvio biblico Dio non si dimentica mai di Noé e dei suoi. Nulla c'é di provvidenziale nel poema assiro, in accordo con la visione scoraggiante che gli abitanti della Mesopotamia avevano degli dei.

Questo ci conferma che, diversamente da quanto pensavano alcuni critici dell'ottocento, il racconto biblico del diluvio NON é affatto una "brutta copia" di un mito meglio raccontato, ma rappresenta, rispetto a quello, un notevole passo avanti nella comprensione del divino da parte dell'uomo. L'operato di Dio non é cieco fato o vano capriccio di una mente distorta, bensì costituisce il realizzarsi nella storia di un progetto d'amore. D'altro canto, dovevamo aspettarci una simile differenza fra il racconto babilonese e quello della Genesi, proprio perché quello appartiene solo ad un poema epico, questa ad una storia sacra, che vuole comunicare prima di tutto un messaggio di speranza e di fiducia in Dio.