GELOSIA E IRA SONO PECCATI?

Il Dio della Bibbia è un dio gelosissimo (Esodo 34:14) e irascibile (AT Lamentazioni 2, 22)

Gelosia e ira non sono sempre peccati, anzi, in talune occasioni il peccato consiste proprio nel non esserlo. C’è, infatti, sia una gelosia positiva, sia un’altra negativa. Un uomo che se ne infischia del tradimento della moglie (pur avendola scoperta in flagrante adulterio) dimostra di non essere geloso ma questa sua non gelosia non ha nulla di positivo, anzi.. così facendo, dimostra di infischiarsene sia della moglie che del loro matrimonio.  La gelosia è peccato, invece, quando, ad esempio, un marito soffoca la libertà della moglie a causa di inutili sospetti. Quando, invece, si lascia correre tutto, compreso il male, il peccato consiste proprio nella mancanza di ira.

Riporto ciò che, a riguardo, ha scritto il buon Padre Angelo Bellon (docente di teologia morale dell’Ordine dei Domenicani) sul sito degli Amici domenicani:

SULLA GELOSIA:

Secondo il nostro vocabolario il termine “gelosia” è soggetto a più significati. In genere ha un significato deteriore. E questo è il significato che si dà quando si dice che uno vuole l’esclusiva di un determinato prodotto e gli dispiace che anche altri vengano a possederlo. In questo caso la gelosia è molto vicina all’invidia del bene altrui perché si desidera che l’altro non lo possieda, perché può fare concorrenza oppure può venir meno la nostra superiorità.
 
Talvolta però la gelosia può avere anche un significato buono, come quando manifesta un amore particolarmente intenso ed è segno dello zelo con cui si sta dietro a una determinata realtà. Così un parroco o la gente può essere gelosa della propria Chiesa, perché la vuole sempre in ordine, pulita, ornata e decorosa. In questo medesimo senso si dice che una persona è gelosa della sua abitazione o della sua macchina perché la vuole sempre perfetta e splendente.
 
Secondo questo secondo significato Dio è detto geloso del suo popolo perché lo vuole tutto santo, senza macchia e cioè senza alcun male o imperfezione.
 
Questo duplice significato della gelosia lo si trova anche nell’ambito sponsale. C’è una gelosia in senso deteriore quando si è animati da continuo sospetto nei confronti del coniuge perché si teme che qualcuno lo insidi o che il coniuge stesso manchi di fedeltà. Questa gelosia nasce da ingiustificata fiducia nel prossimo o nel coniuge e si esprime con inquietudini, dubbi persistenti e accuse ingiustificate. Talvolta arriva a eccesso patologico.
 
Ma c’è anche una gelosia in senso buono come quando si ha cura del proprio coniuge e fa di tutto perché non gli manchi nulla.
 
Ebbene, è nell’orizzonte di quest’ultima gelosia che nella Sacra Scrittura Dio dice di essere geloso del suo popolo: “Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano” (Es 20,5). Dio vuole che si sappia che nessuno vuole al suo popolo il bene e l’attenzione che gli vuole lui. E che per questo merita che si abbia di lui la massima fiducia. Nello stesso tempo vuole che si sappia chiaramente che gli idoli, che sono portavoce dei demoni, non possono aiutare l’uomo, anzi, gli procurano sempre i più grandi mali.
 
È questo il significato delle parole “che punisce…”. In realtà Dio non punisce, ma è l’uomo che si autocastiga in maniera molto grave quando dà la propria fiducia e il proprio culto a realtà che non lo possono aiutare e che gli vogliono solo il più grande male. La collera di Dio esprime in linguaggio antropomorfico (umano) la gravità dei mali cui l’uomo si autocondanna. La minaccia di far cascare questi mali sui propri figli, che va intesa non in senso letterale ma come il massimo male che ci si può fare compiendo il peccato, vuole allontanare ulteriormente il pericolo dell’infedeltà e della trasgressione della legge di Dio. È inimmaginabile il male che ci si autoinfligge quando non ci si fida di Dio e della sua legge. Ci si priva della corazza e della difesa della grazia e ci si espone a molti mali, tra cui anche le incursioni dei demoni. Per questo San Tommaso dice che il peccato “invecchia” e cioè fa deteriorare tutto, fino all’inverosimile.

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SULL'IRA:

Quando si parla di ira è necessario distinguere tra sentimento (passione) e vizio capitale (peccato).
Il sentimento dell’ira, e cioè quella reazione che istintivamente si prova dinanzi ad una determinata realtà quando la si percepisce come un male da eliminare, non è né buono né cattivo. Come tutti gli altri sentimenti, di per sé è neutro. Di fatto diventa buono o cattivo dall’uso che se ne fa. Come il sentimento o passione dell’amore diventa buono quando si ama Dio o il prossimo e diventa cattivo quando si ama il male e il peccato, così l’ira può essere buona se ci si accende di sdegno per le cose sante che vediamo profanate, oppure cattiva quando ci si adira a sproposito.
 
Come vedi, l’ira non sempre è peccato. Lo diventa quando lo sdegno è fuori posto oppure è esagerato.
Oppure anche perché si lascia correre tutto, compreso il male. In questo caso vi è peccato per mancanza d’ira. L’ira può essere buona o cattiva a seconda che sia espressa secondo ragione oppure fuori ragione. L’ira, come qualsiasi altra emozione o passione “può essere o non essere regolata dalla ragione, e quindi assolutamente considerata non implica né merito né demerito, ossia né lode né biasimo. Ma in quanto essa è regolata dalla ragione, può avere l'aspetto di cosa meritoria, o lodevole; oppure, in quanto non è così regolata, può essere de-meritoria e biasimevole” (Somma teologica, II-II, 158, 2, ad 1).
 
Intanto va ricordato che le emozioni, compresa l’ira, hanno nella nostra vita una loro valenza. Scrive San Tommaso: “La passione dell'ira, come tutte le altre emozioni, serve a rendere l'uomo più pronto nell'eseguire ciò che detta la ragione. Altrimenti l'appetito sensitivo sarebbe inutile: mentre "la natura non fa niente di inutile" (Somma teologica, II-II, 158, 8, ad 2).
 
Vediamo quando l’ira è buona o cattiva. Dice San Tommaso: Due possono essere i rapporti dell'ira con la ragione. Primo, l'ira può essere antecedente. E allora essa svia la ragione dalla sua rettitudine e quindi è peccaminosa. Secondo, può essere conseguente: in quanto l'emozione viene mossa contro i vizi secondo l'ordine della ragione. L'ira in tal senso è buona ed è chiamata zelo. Ecco in proposito le parole di S. Gregorio: "Si deve soprattutto badare a che l'ira, di cui ci si serve come di uno strumento della virtù, non domini l'animo affinché non vada innanzi da padrona, ma sia soggetta come serva, e le tenga sempre dietro" (Moralia 5,45). E sebbene quest'ira nell'esecuzione dell'atto ostacoli in qualche modo il giudizio della ragione, tuttavia non ne compromette la rettitudine. Di qui le parole di S. Gregorio: "L'ira dello zelo turba l'occhio della ragione; mentre l'ira del peccato l'acceca” (Somma teologica, II-II, 158,1, ad 2).
 
L’ira, e cioè lo sdegno che ha provato il Signore nel vedere il Tempio trasformato in una spelonca di ladri, è stata un’emozione conseguente ed esercitata secondo ragione.
 
Talvolta potrebbe esserci peccato per mancanza d’ira. San Giovanni Crisostomo dice che "chi non si adira quando c'è motivo di farlo, pecca. Infatti la pazienza irragionevole semina i vizi, nutre la negligenza, e invita al male non solo i cattivi, ma anche i buoni" (Op. imp. in Mt. hom. 11). Quando non si elimina il male, anche col castigo, là dove ve ne è bisogno, “indubbiamente si commette un peccato” (San Tommaso, Somma teologica, II-II, 158,8).
 
Purtroppo in noi l’ira molto spesso è antecedente, sicché gli atti compiuti sotto il suo effetto facilmente portano fuori dalla regolatezza richiesta nella virtù e diventa peccaminosa.


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