COSA SIGNIFICA CHE LA TERRA, IN PRINCIPIO, ERA "INFORME E VUOTA"?

Prof Yeshayahu Yarnitsky Tohu wa-Bohu

Possibile che sotto terra non ci fosse nulla? Possibile che la Terra, al suo interno, fosse vuota?

La Genesi non dice, propriamente, che la Terra fosse "informe e vuota" ma utilizza l'espressione Tohu wa-Bohu (תהו ובהו) il cui reale significato, però, ci è ignoto. Tale frase potrebbe essere un gioco di parole e, allo stesso tempo, anche, un modo di dire. Sono giochi di parole, ad esempio, "Ambarabà Ciccì Coccò" e "Supercalifragilistichespiralidoso". Sono, invece, modi dire (o frasi idiomatiche): "essere al verde", "essere in gamba", "prendere un abbaglio", "tirare le cuoia", "essere come due gocce d'acqua", etc, etc. Una frase idiomatica (detta anche "idiotismo" o "idiomatismo") è un'espressione il cui significato è peculiare della lingua in cui è espressa, dunque, tradurla letteralmente in altre lingue non avrebbe senso logico poiché necessita, per essere compresa, di una traduzione logicamente estesa. Facciamo un esempio: se volessimo tradurre alla lettera, in inglese, la frase "essere come due gocce d'acqua", dovremmo dire "be like two drops of water"; traducendo così, però, nessun madrelingua inglese ne capirebbe l'effettivo significato; in realtà, l'equivalente inglese di quella frase ("essere come due gocce d'acqua") è "be like to peas" che vuol dire, però, letteralmente, "essere come due piselli". Lo stesso discorso vale, ovviamente, al contrario; se traducessimo "be like to peas" in "essere come due piselli", nessun italiano ne capirebbe il significato. Quando c'è di mezzo la Bibbia, il discorso diventa ancor più complicato poiché è stata scritta in una lingua molto diversa e molto più arcaica della nostra com'è quella ebraica. 

Tornando, dunque, a quella frase della Genesi, ad oggi neppure gli ebrei sanno davvero tradurla con esattezza; neppure loro, in pratica, sanno esattamente cosa volesse dire. Alcuni pensano, o forse dovrei dire si illudono, di riuscire a ricostruirne l'esatto significato facendo ricorso al metodo, tanto caro ai filologi, della comparazione delle occorrenze. Il web è pieno di siti dove vien detto di sapere, con certezza, il significato di Tohu wa-Bohu. In pratica, quando si ha un dubbio circa l'effettivo significato di una parola biblica, ricorrendo alla filologia, si va a cercare dove e quando, nella Bibbia, sia presente quello stesso vocabolo. Se il termine in questione è presente 10 volte, si parlerà di 10 occorrenze, se è presente 100 volte, si parlerà di 100 occorrenze e coì via. Dopo aver individuato quante volte una parola sia presente nella Bibbia, le singole occorrenze vengono analizzate, una ad una, al fine di comprendere il significato della parola in questione. Ebbene, tale metodo, in alcuni casi, può, effettivamente, essere utile, addirittura molto utile, in altri, però, può finanche essere foriero di grossi errori. Il termine Tohu, nella Bibbia, è presente, aldilà del primo capitolo della Genesi, solo altre 9 volte (19 comprese le parole che la contengono, tipo: betohu, hattohu, kattohu, battohu, etc). Nove occorrenze non sono pochissime ma neppure molte, soprattutto considerando che la suddetta parola, tra un'occorrenza e l'altra, non ha sempre il medesimo significato. Esaminiamole, adesso, ad una ad una:

1) ולא תסורו כי ׀ אחרי התהו אשר לא־יועילו ולא יצילו כי־תהו המה

Non allontanatevi per seguire vanità che non possono giovare né salvare, perché appunto sono vanità (1Samuele 12,21)

2) נטה צפון על־תהו תלה ארץ על־בלי־מה

Egli stende il settentrione sopra il vuoto, tiene sospesa la terra sopra il nulla (Giobbe 26,7)

3) נשברה קרית־תהו סגר כל־בית מבוא

È distrutta la città del caos, è chiuso l'ingresso di ogni casa (Isaia 24,10)

4) וירשוה קאת וקפוד וינשוף וערב ישכנו־בה ונטה עליה קו־תהו ואבני־בהו

Ne prenderanno possesso il pellicano e il riccio, il gufo e il corvo vi faranno dimora. Il Signore stenderà su di essa la corda della solitudine e la livella del vuoto (Isaia 34,11)

5) יצרי־פסל כלם תהו וחמודיהם בל־יועילו ועדיהם המה בל־יראו ובל־ידעו למען יבשו

I fabbricatori di idoli sono tutti vanità e le loro opere preziose non giovano a nulla; ma i loro devoti non vedono né capiscono affatto e perciò saranno coperti di vergogna (Isaia 44,9)

6) כי כה אמר־יהוה בורא השמים הוא האלהים יצר הארץ ועשה הוא כוננה לא־תהו בראה לשבת יצרה אני יהוה ואין עוד

Poiché così dice il Signore, che ha creato i cieli; egli, il Dio che ha plasmato e fatto la terra e l'ha resa stabile e l'ha creata non come orrida regione, ma l'ha plasmata perché fosse abitata: "Io sono il Signore; non ce n'è altri" (Isaia 45,18)

7) לא בסתר דברתי במקום ארץ חשך לא אמרתי לזרע יעקב תהו בקשוני אני יהוה דבר צדק מגיד מישרים

Io non ho parlato in segreto, in un luogo d'una terra tenebrosa. Non ho detto alla discendenza di Giacobbe: Cercatemi in un'orrida regione! Io sono il Signore, che parlo con giustizia, che annunzio cose rette (Isaia 45,19)

8) אין־קרא בצדק ואין נשפט באמונה בטוח על־תהו ודבר־שוא הרו עמל והוליד און

Nessuno muove causa con giustizia, nessuno la discute con lealtà. Si confida nel nulla e si dice il falso, si concepisce la malizia e si genera l'iniquità (Isaia 59,4)

9) ראיתי את־הארץ והנה־תהו ובהו ואל־השמים ואין אורם

Guardai la terra, ed ecco solitudine e vuoto, i cieli, e non v'era luce (Geremia 4,23)

Le traduzioni sopra riportate sono della CEI /Bibbia di Gerusalemme.

Passiamo, ora, alla parola "Bohu". Nella Bibbia (aldilà del 1° capitolo della Genesi) è presente solo 2 volte. Una volta, come nella Genesi, è preceduta da una "wav" congiuntiva (l'equivalente, in tal caso, della nostra "e" congiunzione) e un'altra volta è senza. Le due occorrenze in questione sono le seguenti:

1) וירשוה קאת וקפוד וינשוף וערב ישכנו־בה ונטה עליה קו־תהו ואבני־בהו

Ne prenderanno possesso il pellicano e il riccio, il gufo e il corvo vi faranno dimora. Il Signore stenderà su di essa la corda della solitudine e la livella del vuoto (Isaia 34,11)

2) ראיתי את־הארץ והנה־תהו ובהו ואל־השמים ואין אורם

Guardai la terra ed ecco solitudine e vuoto, i cieli, e non v'era luce (Geremia 4,23)

Ricapitolando, la parola Tohu, nella Bibbia (all'infuori del 1° capitolo della Genesi), è tradotta: 

3 volte come "vanità" (cioè "cose futili" o "vane"), 1 volta come "vuoto", 1 volta come "caos" (cioè "confusione"), 2 volte come "solitudine" (o "desolazione") e 2 volte come "orrida regione" (oppure "luogo desolato").

La parola Bohu, invece, è tradotta "vuoto".

Notiamo che i due termini in questione, Tohu e Bouh, così come esposti, possono, talvolta, addirittura, essere l'uno sinonimo dell'altro (almeno per quanto concerne il significato di "vuoto"). Già così si capisce quanto non sia facile trarne un significato proprio. Fra l'altro, non tutte le Bibbie traducono esattamente allo stesso modo i suddetti versi. Ad esempio, la Diodati, in merito a Giobbe 26:7, traduce "nulla" anziché "deserto". Riguardo a Isaia 24:10, la Riveduta traduce "la città deserta" anziché "la citta del caos". Particolarmente interessante è il caso di Isaia 45:18. La Diodati traduce che la Terra non fu creata per restare "vacua" (cioè vuota); la Riveduta, invece, traduce che non fu creata "perché rimanesse deserta"; infine, la Nuova Diodati traduce che non fu creata "informe". Analogo discorso riguardo Isaia 45:19  La CEI traduce "Cercatemi in un'orrida regione" mentre le altre traducono "Cercatemi invano".

A questo punto, non possiamo dimenticare, né trascurare, il fatto che la più antica traduzione della Bibbia a noi nota è quella in greco della cosiddetta Bibbia dei LXX (o Septuaginta); tutte le traduzioni sopra riportate sono, invece, in "volgare". Andiamo, allora, a vedere come la LXX traduce quei versi:

1) καὶ μὴ παραβῆτε ὀπίσω τῶν μηθὲν ὄντων, οἳ οὐ περανοῦσιν οὐθὲν καὶ οἳ οὐκ ἐξελοῦνται, ὅτι οὐθέν εἰσιν.

E girate al largo da (divinità) che non esistono, che non possono far nulla, che non liberano nessuno, poiché non sono niente

questa frase la si può tradurre anche così: E girate al largo dalle nullità (o dalle cose vane), che non possono far nulla, che non liberano nessuno, poiché non sono niente (1Samuele 12,21)

2) οὕτω κἀγὼ καταλείφθην ὑπὸ πάντων. ἀπωλόμην δὲ καὶ ἔξοικος ἐγενόμη 

Ha steso il Nord (o il Settentrione) sopra il vuoto, ha sospesa la Terra sopra il nulla (Giobbe 26,7)

3) ἠρημώθη πᾶσα πόλις, κλείσει οἰκίαν τοῦ μὴ εἰσελθεῖν

Tutta la città è deserta (o desolata); ha chiuso le sue case in modo che nessuno entri (Isaia 24,10)

4) καὶ κατοικήσουσιν ἐν αὐτῇ ὄρνεα καὶ ἐχῖνοι καὶ ἴβεις καὶ κόρακες, καὶ ἐπιβληθήσεται ἐπ αὐτὴν σπαρτίον γεωμετρίας ἐρήμου, καὶ ὀνοκένταυροι οἰκήσουσιν ἐν αὐτῇ

E per lungo tempo vi dimoreranno uccelli, ricci, ibis e corvi; la corda della desolazione sarà stesa su di essa, e vi abiteranno gli onocentauri (Isaia 34,11)

Gli "onocentauri" qui menzionati (ὀνοκένταυροι) non vanno confusi con quelli di cui parlava la mitologia greca (esseri il cui corpo era per metà umano e per l'altra metà equino) ma vanno intesi come demoni.

5) οἱ πλάσσοντες καὶ γλύφοντες πάντες μάταιοι οἱ ποιοῦντες τὰ καταθύμια αὐτῶν, ἃ οὐκ ὠφελήσει αὐτούς· ἀλλὰ αἰσχυνθήσονται

Artigiani e scultori (di idoli) sono tutti insensati, fabbricano le loro cose fantasiose che non serviranno loro a nulla. Ma essi saranno confusi(Isaia 44,9)

6) Οὕτως λέγει κύριος ὁ ποιήσας τὸν οὐρανόν – οὗτος ὁ θεὸς ὁ καταδείξας τὴν γῆν καὶ ποιήσας αὐτήν, αὐτὸς διώρισεν αὐτήν, οὐκ εἰς κενὸν ἐποίησεν αὐτὴν ἀλλὰ κατοικεῖσθαι – Ἐγώ εἰμι, καὶ οὐκ ἔστιν ἔτι

Così dice il Signore che ha creato i cieli, il Dio che ha fatto la terra, che l'ha creata, che l'ha plasmata; che non l'ha fatta invano, ma per essere abitata. Io sono il Signore e non ve n'è alcun altro(Isaia 45,18)

7) οὐκ ἐν κρυφῇ λελάληκα οὐδὲ ἐν τόπῳ γῆς σκοτεινῷ· οὐκ εἶπα τῷ σπέρματι Ιακωβ Μάταιον ζητήσατε· ἐγώ εἰμι ἐγώ εἰμι κύριος λαλῶν δικαιοσύνην καὶ ἀναγγέλλων ἀλήθειαν

Io non ho parlato in segreto, in qualche luogo tenebroso della terra. Non ho detto alla discendenza di Giacobbe: Cercatemi invano; io, io sono il Signore che parla con giustizia, che annuncia la verità (Isaia 45,19)

8) οὐδεὶς λαλεῖ δίκαια, οὐδὲ ἔστιν κρίσις ἀληθινή· πεποίθασιν ἐπὶ ματαίοις καὶ λαλοῦσιν κενά, ὅτι κύουσιν πόνον καὶ τίκτουσιν ἀνομίαν

Nessuno parla giustamente, né c'è vero giudizio: si fidano delle cose vane e dicono parole vuote; perché concepiscono guai e generano iniquità(Isaia 45,19)

9) ἐπέβλεψα ἐπὶ τὴν γῆν, καὶ ἰδοὺ οὐθέν, καὶ εἰς τὸν οὐρανόν, καὶ οὐκ ἦν τὰ φῶτα αὐτοῦ· 

Guardai la terra ed ecco: non c'era più; e verso il cielo ma in esso non vi era luce(Geremia 4,23)

Il significato di fondo di quei versi, nella versione in greco, è sostanzialmente lo stesso delle moderne traduzioni (che, già da diverso tempo a questa parte, preferiscono seguire il Testo Masoretico piuttosto che la LXX); alcuni particolari, però, sono innegabilmente diversi. La Septuaginta, ad esempio, in riferimento a Isaia 34:11, dice che vi abiteranno gli "onocentauri" (ossia i demoni) anziché dire che su di essa verrà stesa la livella del vuoto. Differenze varie sono presenti anche negl'altri versi.

A noi, però, serve capire il significato di Tohu wa-Bohu; a tale scopo, quasi nessuna di quelle occorrenze ci è realmente utile. E' sbagliato, dunque, cercare il senso di quell'espressione attraverso il significato di ciascuno di quei due termini. Tohu wa-Bohu, infatti, è anche un gioco di parole e allo stesso tempo, pure, una frase idiomatica. Pensiamo, ad esempio, all'espressione "tirare le cuoia". Al fine di comprenderne il senso, non serve granché cercare il significato del verbo "tirare" e della parola "cuoia" poiché non così si arriverà a capire cosa voglia davvero dire la frase in questione ("tirare le cuoia", infatti, non significa "stendere il cuoio" o "conciare le pelli" ma vuol dire "morire"). L'espressione "tirare le cuoia", essendoci familiare, potrebbe sembrarci di facile comprensione ma non lo è affatto; se non appartenesse al nostro comune modo di parlare avremmo grosse difficoltà a trarne il corretto significato; per capire meglio il problema, farò un altro esempio. La frase inglese "that's the last straw" vuol dire, letteralmente, "quella è l'ultima cannuccia", trattandosi, però, di un'espressione idiomatica, il suo effettivo significato è un altro: significa "ho finito la pazienza". Ebbene, sfido qualsiasi persona che non conosca bene l'inglese a capire il reale senso di quella frase (soprattutto limitandosi ad usare un comune dizionario). Dicasi lo stesso per Tohu wa-Bohu. Come fare, allora, per comprenderne il significato? 

Il modo più semplice (nonché il migliore) per dare un senso ad una frase idiomatica è domandarne il significato a chi, tale frase, la usa ricorrentemente; si suppone, infatti, che un madrelingua inglese sappia bene cosa voglia dire "that's the last straw" così come si suppone che un italiano sappia cosa significhi "tirare le cuoia". Con l'espressione Tohu wa-Bohu, però, il discorso è molto più complesso. L'ebraico dei giorni nostri, infatti, non è lo stesso di quello biblico; è cambiato il significato di tante parole e sono cambiati, anche, i modi di dire. Pertanto, chiedere a un ebreo dei giorni nostri cosa voglia dire quella frase non è la stessa cosa che chiedere a un italiano il significato di "tirare le cuoia". Ma allora come fare?

Un insperato aiuto potrebbe fornircelo la Septuaginta. La Bibbia dei LXX potrebbe, infatti, esserci più utile del previsto. I libri del Pentateuco (compreso quello della Genesi) furono tradotti in greco, per la prima volta, oltre 2000 anni fa. La tradizione vuole che tale lavoro fu svolto, ad Alessandria d'Egitto, da 72 esperti conoscitori sia della lingua ebraica che di quella greca. 

Leggiamo ciò che scrive, a riguardo, l' Enciclopedia Treccani:

SETTANTA. - Si chiamano così i primi traduttori della Bibbia (Antico Testamento) in greco, dal numero (arrotondato: propriamente 72), che ce ne presenta la prima relazione, pretendente a storia. Col medesimo termine s'intende ordinariamente la versione stessa, e allora si usa anche come sostantivo femminile singolare: la Settanta; sigla convenzionale: LXX.

Secondo la cosiddetta Lettera di Aristea (v.), a richiesta del re Tolomeo Filadelfo (285-247 a..C.) sarebbero venuti da Gerusalemme ad Alessandria d'Egitto settantadue uomini (sei per ognuna delle dodici tribù d'Israele), allo scopo di tradurre dalla lingua originale ebraica nella greca la legge (torà) giudaica, cioè non più che i cinque libri del Pentateuco. Ospitati dal re in una casa dell'isoletta Faro, avrebbero terminata la traduzione in settantadue giorni. Poiché il Pentateuco contiene circa 81.400 parole (esattamente 81.404 ne contano i masoreti), quei traduttori avrebbero trasportato in greco più di 1100 parole ebraiche al giorno. Ma oltreché da ciò, l'irreale trapela da tutto il racconto d'Aristea, non per ultimo da quel ripetuto ricorrere del numero di settantadue. La leggenda non si fermò qui. Già in Filone si aggiunge un prodigio: ognuno traduce separatamente da sé, e poi si trova che tutti concordano sino all'ultima parola (Vita di Mosè, II, 7). Nella Cohortatio ad Graecos attribuita a S. Giustino, i "Settanta" (qui già il numero rotondo) sono rinchiusi in altrettante celle separate, e sorvegliati, perché non si diano mutua intesa o assistenza (capo III). Nell'autentico Giustino (Apologia I,31) la traduzione più non si restringe alla legge, ma comprende i profeti. Di qui ad attribuire ai Settanta la traduzione di tutto l'Antico Testamento era breve il passo, e tale fu presto l'opinione universale. Abbastanza comune fu pure nell'antichità la convinzione che i LXX nel tradurre fossero ispirati: una singolare forma prende la leggenda sotto la penna di S. Epifanio, per cui i traduttori sarebbero stati rinchiusi a due a due in 36 cellette con l'incarico a ciascun paio di tradurre un solo libro
.

http://www.treccani.it/enciclopedia/settanta_(Enciclopedia-Italiana)/

Come si evince dalla Treccani, attorno alla cosiddetta "Septuaginta" andò presto a formarsi un vero e proprio alone leggendario. Sebbene tali leggende non vadano prese tutte alla lettera, la loro stessa esistenza dimostra, abbastanza inequivocabilmente, che la LXX, all'epoca, godette di grande considerazione sia tra gli ellenici, che tra gli ebrei. Anche Giuseppe Flavio, infatti, ne fu un grande estimatore:

anche Giuseppe Flavio, l'altro grande astro della letteratura greco-giudaica, palestinese di nascita e di lingua, subì fortemente l'influenza della versione greca; lo storico delle Antichità Giudaiche l'ha sul suo scrittoio accanto al testo ebraico, e nei libri storici la segue a preferenza di questo (fonte Treccani)

Possiamo, allora, supporre che i suddetti traduttori, oltre 2000 anni fa, conoscessero ancora bene il significato dell'espressione Tohu wa-Bohu, sebbene, all'epoca, gli ebrei parlassero soprattutto l'aramico (comunque molto simile all'ebraico). La Septuaginta (Bibbia dei Settanta), traduce così il Tohu wa-Bohu di Genesi 1: 

ἀόρατος καὶ ἀκατασκεύαστος  "invisibile e informe". 

All'infuori del primo capitolo della Genesi, l'espressione Tohu wa-Bohu, nella forma congiunta (cioè con la "wav" congiuntiva tra "Tohu" e "Bouh") è presente solo in un verso del Libro del Profeta Geremia (Geremia 4,23):

ראיתי את־הארץ והנה־תהו ובהו ואל־השמים ואין אורם

ἐπέβλεψα ἐπὶ τὴν γῆν, καὶ ἰδοὺ οὐθέν, καὶ εἰς τὸν οὐρανόν, καὶ οὐκ ἦν τὰ φῶτα αὐτοῦ· 

Ho sopra riportato sia la versione in lingua ebraica che in greco. Le principali Bibbie in volgare, appoggiandosi, soprattutto, al testo ebraico, traducono così:

Guardai la terra ed ecco solitudine e vuoto, i cieli, e non v'era luce (traduzione della CEI)

Io guardo la terra, ed ecco è desolata e deserta; i cieli sono senza luce (traduzione della Nuova Riveduta)

Guardai la terra, ed ecco era senza forma e vuota; i cieli, ed erano senza luce (traduzione della Nuova Diodati)

Io guardo la terra, ed ecco è desolata e deserta; i cieli, e son senza luce (traduzione della Riveduta)

Io ho riguardata la terra; ed ecco, era una cosa tutta guasta, e deserta; ho anche riguardati i cieli, e la lor luce non era più (traduzione della Diodati)

La traduzione dal greco, invece, è questa:

Guardai la terra ed ecco: non c'era più e verso il cielo ma in esso non vi era luce

Notiamo che la Septuaginta (nel caso di Geremia 4,23) non traduce "invisibile e informe", come, invece, aveva fatto con Genesi 1, ma usa un'epressione che le è affine: non c'era più. In effetti, la parola greca ἀόρατος (comunemente tradotta "invisibile") non è sinonimo di "trasparenza" (e neppure di "fantasma") ma di qualcosa che non si riesce a vedere o che è scomparsa.

Nella Vulgata (che è la Bibbia tradotta in latino da San Girolamo), l'espressione Tohu wa-Bohu, è invece tradotta: "inanis et vacua", cioè "vuota e vuota". Nel passaggio dal latino al volgare, si è tradotto "informe e vuota" (prendendo, in pratica, un pò dal greco e un pò dal latino) ma è interessante notare che sia "inanis", sia "vacua", hanno, praticamente, lo stesso significato. Sono, in effetti, l'uno sinonimo dell'altro. Entrambi vogliono dire "vuota", dunque l'espressione "inanis et vacua", usata dalla Vulgata, signica, letteralmente, "vuota e vuota". San Girolamo, come è noto, non tradusse tutto ad litteram (alla lettera) ma ad sensum (cioè rendendo il senso delle parole senza, necessarimanete, tradurle alla lettera); nell'occasione, usò una sorta di figura retorica del tipo "Andrea è allegro e felice" (là dove i termini "allegro" e "felice", in pratica, sono l'uno sinonimo dell'altro). Dicendo che la terra fosse "inanis et vacua" (cioè, "vuota e vuota"), egli volle, probabilemente, esprimere quel senso di vacuità che gli antichi attribuivano al cosiddetto "caos primordiale". Infine, è interessante notare che l'espressione Tohu-Bohu è tuttora presente anche nella lingua francese, in quella tedesca, in quella estone e in quella armena. In tali lingue è sempre sinonimo di "caos", "confusione". Ciò non vuol dire, però, che anche presso gli ebrei, al tempo in cui fu scritto il Libro della Genesi, avesse lo stesso significato. 

La realtà è che, ad oggi, non sappiamo cosa quel Tohu-Bohu significasse realmente (almeno non con precisione). Tale espressione, pertanto, rimane piuttosto misteriosa.