LA BIBBIA APPROVA LA SCHIAVITU' ?

- e dissero a Roboamo [figlio di Salomone]: “Tuo padre ci ha imposto un pesante giogo; ora tu alleggerisci la dura schiavitù di tuo padre e il giogo pesante che quegli ci ha imposto e noi ti serviremo”. (1-Re
12, 4)

Innanzitutto bisogna chiarire il significato dei termini “schiavo” e “schiavitù”. 

Oggi diamo loro un’accezione totalmente negativa ma se ci sforzassimo di contestualizzarli al tempo delle vicende bibliche scopriremmo differenze sostanziali con la schiavitù intesa in epoca moderna. L’origine di tali parole è tarda poiché risale al periodo medievale (dunque circa 2000 anni dopo il tempo di Salomone). Nel latino medievale, il termine “sclavos” (dal quale ha avuto origine la parola italiana schiavo) indicava un abitante dell’antica Slavonia (detta anche Schiavonia); ovvero una regione storica dell’attuale Croazia. Sclavus lo si cominciò ad adoperare in Germania nel significato di “schiavo/servo” nei secoli X e XI, quando ebbe luogo il primo fenomeno massiccio di vendita di schiavi slavi, con transito da oriente a occidente. Il latino classico (lo stesso della Vulgata, ossia della Bibbia in latino), usava, invece, il termine “servus” che vuol dire, semplicemente, servo. Il fatto che le bibbie in volgare (cioè tradotte nei vari idiomi nazionali) riportino i termini “schiavo” e “schiavitù” non significa che gli “schiavi” di biblica memoria fossero come, ad esempio, quei deportati dall’Africa che furono poi messi a lavorare nei campi di cotone delle colonie americane.  David Levinson e Melvin Ember, antropologi americani di fama mondiale, scrissero, anni fa, un libro intitolato Encyclopedia of Cultural Anthropology (Enciclopedia dell’Antropologia Culturale). Alla voce “schiavitù”, hanno scritto:
 
"Gli studiosi non sono d'accordo sulla definizione di "schiavitù ". Il termine è stato utilizzato varie volte per una vasta gamma di istituzioni, tra cui la schiavitù delle piantagioni, il lavoro forzato, la fatica delle fabbriche e laboratori clandestini, il lavoro minorile, prostituzione semivolontaria, matrimonio della sposa per fini economici, adozione di bambini per soldi, e pagamento per maternità surrogata. Da qualche parte all'interno di questa gamma, il significato letterale di "schiavitù" si sposta in senso metaforico, ma non è del tutto chiaro a che punto. Un problema analogo sorge quando si guardano altre culture. Il motivo è che il termine "schiavitù" è evocativo piuttosto che analitico, richiamando alla mente una vaga serie di caratteristiche diagnostiche. Queste caratteristiche derivano principalmente dalla più recente esperienza diretta occidentale con la schiavitù, quella del sud degli Stati Uniti, Caraibi e America Latina. L'immagine attuale occidentale della schiavitù è stata costruita, tirata fuori alla rinfusa dalle rappresentazioni di questa esperienza nella letteratura abolizionista del XIX secolo, e poi romanzi, libri di testo, e film ... Da un incrocio culturale globale e storico, tuttavia, la schiavitù del Nuovo Mondo è stata un insieme unico di caratteristiche ... In breve, la maggior parte delle varietà di schiavitù non hanno evidenziato i tre elementi che sono stati dominanti nella schiavitù del Nuovo Mondo: gli schiavi come merce e proprietà ; il loro uso esclusivamente come forza lavoro; la loro mancanza di libertà..."
 
L’enciclopedia Treccani, ad esempio, riporta che nell’antica Grecia la schiavitù fu in origine relativamente poco diffusa, e gli schiavi erano di norma trattati, come risulta dai poemi omerici, con sufficiente equità e talvolta con familiarità (schiavitù patriarcale).
 
Il brano su riportato, ad esempio, la Bibbia di Gerusalemme lo traduce col termine servo e non schiavo parlando, al contempo, di servitù e non di schiavitù. Bisogna adesso capire perché le bibbie tradotte nei vari idiomi nazionali usino talvolta il termine “schiavo” e non “servo”. Come ci ricordano gli amici ebrei, esperti della Torah, nella Palestina dell’epoca esistevano varie forme di servitù. C’erano i salariati che erano servi ma, allo stesso tempo, persone libere. C’erano però, anche, coloro che appartenevano, letteralmente, ai loro padroni. Un eved ivrì, era un ebreo che aveva, ad esempio, compiuto un furto e, non avendo di che restituire, veniva venduto dal Tribunale ad una famiglia benestante al fine di intraprendere un percorso riabilitativo che gli consentisse di saldare i debiti; oppure, in altro caso, si trattava di un ebreo che, vivendo in una condizione di gravissima povertà, e non essendo in grado di autogestirsi economicamente, si auto-vendeva a qualcuno. Entrambi i casi erano disciplinati dalla Legge. La Torah, proibisce, invece, di rapire un essere umano e di venderlo (vedi Esodo 21:16) come invece accadeva, probabilmente, presso altri popoli.
 
La “schiavitù” ammessa dalla Torah per Israele, al contrario di quella praticata dagli altri popoli, non era una condizione permanente, ma aveva un limite di tempo ben definito: “Se acquisti un eved ivrì (servo israelita), egli ti servirà per sei anni, ma al settimo se ne andrà libero, senza pagare nulla” (Esodo 21:2). Esistevano, però, anche dei casi in cui il servo si rifiutava di andare in libertà: “Ma se il servo fa questa dichiarazione: «Io amo il mio padrone, mia moglie e i miei figli, non voglio andarmene libero», allora il suo padrone lo farà comparire davanti ai giudici, lo farà accostare alla porta e allo stipite; poi il suo padrone gli forerà l’orecchio con un punteruolo ed egli lo servirà per sempre” (Esodo 21:5-6). Ciò dimostra che gli “schiavi” di cui parla la Bibbia non erano, in linea di massima, trattati poi così male.
 
Non solo il settimo anno portava a termine la schiavitù, ma anche il settimo giorno, lo Shabbat (il sabato di riposo), garantiva a tutti gli schiavi un completo riposo settimanale: “Osserva il giorno di Shabbat per santificarlo, come Hashem, il tuo Dio, ti ha comandato. […] Non farai in esso alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia né il tuo servo né la tua serva […] affinché il tuo servo e la tua serva si riposino come te“ (Deuteronomio 5:12-14). Questo precetto rappresentò una grande rivoluzione morale nella concezione della schiavitù, dimostrando quanto la Torah sia in opposizione allo sfruttamento degli esseri umani.
 
Se un uomo vende la propria figlia per essere serva, ella non se ne andrà come se ne vanno gli schiavi. Se ella non sarà gradita al suo padrone, che se l’era presa per sé, egli la lascerà riscattare; ma non avrà il diritto di venderla a gente straniera, perché in questo modo la tratterebbe con inganno. E se la darà in sposa a suo figlio, si comporterà con lei come con una figlia. Se prenderà un’altra moglie, egli non diminuirà il suo cibo, il suo vestiario e la sua coabitazione. Se non fa per lei queste tre cose, ella se ne andrà in libertà, senza pagamento di prezzo” (Esodo 21:11).
 
Il suddetto è tra i brani “preferiti” dai detrattori della Bibbia. Dal punto di vista di un lettore moderno, può facilmente apparire scandaloso e offensivo nei confronti della dignità femminile. Uno studio più approfondito, alla luce del contesto storico, dimostra invece l’esatto contrario. Lo scopo di queste disposizioni legali è infatti quello di tutelare la donna dagli abusi che erano ampiamente concessi secondo le antiche usanze.
 
Ciò che la Torah descrive nel succitato brano non era una situazione ideale o un modello positivo, ma una circostanza spiacevole che necessitava di essere regolata affinché fosse posto un limite alle prevaricazioni maschili.

Vendere la propria figlia era ed è un’azione disonorevole, che tuttavia in alcuni casi poteva rappresentare l’ultima speranza di una famiglia estremamente bisognosa. I maestri del Talmud spiegano che una scelta simile poteva essere compiuta solo da un padre che aveva già venduto tutti i suoi beni e i suoi possedimenti, e che nonostante questo non fosse in grado, ugualmente, di provvedere alle necessità della figlia (vedi Kiddushin 20a). Di fatto, l’unico caso concreto in cui nella Bibbia si parla di persone che vendettero le proprie figlie come serve si trova nel Libro di Neemia (capitolo 5), dove viene descritta una condizione economica disastrosa. In tale circostanza, Neemia, governatore della Terra d’Israele, mostra una grande indignazione ed esorta i magistrati a condonare i debiti dei poveri (vedi Neemia 5:6-12).
 
Una figlia venduta come serva, secondo la Torah, non poteva essere ingannata o venduta ad altri. Poteva invece essere riscattata in qualsiasi momento, e andare in libertà nel caso in cui i suoi diritti non fossero rispettati. Se il figlio del padrone di casa decideva di sposarla, ella acquisiva tutti i diritti di una moglie, e il padrone doveva trattarla esattamente come una figlia. In questo modo, una bambina che rischiava di morire di fame nella casa paterna, otteneva l’opportunità di entrare a far parte di una famiglia benestante dove nessuno poteva maltrattarla, e di contrarre un matrimonio che sconvolgeva i parametri consueti imposti della divisione delle classi sociali.
 
Vi era, poi, il cosiddetto “schiavo cananeo”, Eved kena’ani, espressione usata dalla legge ebraica per indicare un qualsiasi schiavo proveniente da altre nazioni. Mentre l’eved ivrì, come visto, otteneva automaticamente la libertà al settimo anno (o nell’anno del Giubileo), l’eved kena’ani era soggetto invece alla schiavitù perpetua (Levitico 25:46). Samson Raphael Hirsch, rabbino e teologo tedesco, vissuto nell’800, nel suo Commentario alla Torah, spiegò così tale differenza: “Nessun Ebreo può rendere schiavo un altro essere umano, ma gli è permesso soltanto acquistare delle persone che, secondo la legge internazionale universalmente accettata, erano già considerate schiave; questa transizione sotto la proprietà di un ebreo rappresentava la sola e unica salvezza per coloro che, secondo la legge delle nazioni, erano marchiati come schiavi”.
 
Dunque la Torah, che proibisce la schiavitù perpetua agli israeliti, riconosceva lo status che le “leggi internazionali” riservavano agli schiavi. Ciò significava che queste disposizioni non sarebbero più applicabili oggi, poiché la schiavitù è stata da tempo abolita, almeno come istituzione ufficiale. Rav Hirsch sottolinea come l’eventuale acquisto di un eved kena’ani da parte di un Ebreo portasse grandi vantaggi allo schiavo, il quale, mentre negli altri paesi era stato trattato come il peggiore degli animali, in Israele godeva invece di propri diritti e della tutela della Legge. Una spiegazione simile è riportata anche da R. Ben-Zion Meir Hai Uziel: “L’acquisto degli schiavi stranieri era concesso solo nel caso di coloro che erano già stati venduti dai loro fratelli [pagani] sotto determinate condizioni. Inoltre, non era permesso sfruttare i loro corpi; al contrario, se lo schiavo subiva un danno ad un organo, come un occhio o un dente, egli doveva essere lasciato in libertà. Da ciò si comprende che l’acquisto di uno schiavo cananeo era permesso dalla Torah proprio per il bene dello schiavo, affinché potesse salvarsi dai suoi fratelli Cananei e non fosse trattato con crudeltà o sfruttato fino al punto di morire” (Mikhmannei Uziel, Tel Aviv, 1939).
 
Come il servo ebreo, anche quello straniero era tutelato come nei casi di maltrattamenti fisici o di omicidio (Esodo 21:26-27; 21:20). Inoltre, il riposo settimanale valeva per qualsiasi schiavo o lavoratore senza distinzioni di nazionalità o di sesso: “Ricordati del giorno di sabato per santificarlo. […] non farai in esso alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né lo straniero che è nelle tue porte” (Esodo 20:8-10).
 
Nel loro approccio verso gli stranieri, gli israeliti dovevano ricordarsi, anche, del loro passato di schiavi in Egitto: “Non maltratterai lo straniero e non l’opprimerai; perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto” (Esodo 22:21). “Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto” (Deuteronomio 10:18-19). Merita poi notevole attenzione una norma della Torah che protegge gli schiavi fuggiti dai loro paesi: “Non consegnerai al suo padrone lo schiavo che è scappato dal suo padrone per rifugiarsi da te. Egli abiterà con te, in mezzo a voi, nel luogo che ha scelto, in quella delle tue città che gli sembrerà migliore, e non lo molesterai” (Deuteronomio 23:15-16).
 
Maimonide, nel suo Mishneh Torah, codifica le leggi relative agli schiavi non-ebrei con queste parole:
“Noi non dovremmo mettere a disagio uno schiavo [straniero] con i nostri comportamenti o con le nostre parole, poiché la Torah ha prescritto che essi lavorino, non che siano umiliati. Nessuno dovrebbe gridare contro di essi o mostrare rabbia in maniera eccessiva. Dovremmo invece rivolgerci a loro con gentilezza, e ascoltare le loro richieste. Ciò è esplicitamente affermato a riguardo delle opere di Giobbe, per le quali egli fu lodato: «Se ho negato i diritti del mio schiavo e della schiava in lite con me, cosa farò, quando Dio si alzerà, e quando mi chiederà conto, cosa risponderò? Chi ha fatto me nel seno materno, non ha fatto forse anche lui? Non fu lo stesso Dio a formarci nel grembo?». La crudeltà e l’arroganza si trovano solo tra i pagani adoratori di idoli. I discendenti di Abramo, ai quali Dio ha donato la bontà della Torah, e ha comandato loro di osservare statuti e giudizi giusti, sono misericordiosi con tutti” (Hilchot Avadim, 9)
 
Alla luce di ciò, va detta un’ultima cosa. Dio permetteva la schiavitù ma di certo non la voleva come traspare, del resto, dai brani biblici su menzionati. Alla maniera di un ottimo pedagogo, chiamato ad educare un ragazzo a dir poco scalmanato e dal carattere problematico, nonché privo di educazione, a meno di non voler usare violenza (anche solo psicologica), Dio sapeva di non poter fare degl’israeliti dei perfetti gentlemen in poco tempo. Educando il Suo popolo, fu, innanzitutto, paziente, accettandone, almeno agli inizi, i difetti per poi progredire un passo alla volta. Dio fece ciò col popolo ebraico e, più in generale, col resto dell’umanità. Scorrendo i Vangeli vi sarà capitato di leggere: «Avete inteso fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”; ma io vi dico di non opporvi al malvagio. Avete inteso dire fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori» (Mt 5,38.43-44). «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. NON VI CHIAMO PIU’ SERVI, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri» (Gv 15). Come ho già avuto modo di dire, Gesù, nel dire ciò, non sovvertì l’antica legge ma ad essa diede pieno compimento: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli» Mt 5, 17-19
 

http://www.treccani.it/lingua_italiana/domande_e_risposte/lessico/lessico_117.html
 
http://www.treccani.it/enciclopedia/schiavitu/
 
https://sguardoasion.wordpress.com/2014/01/29/la-schiavitu-nella-bibbia